Cinema - Recensioni

P.P.P. - Un omaggio

pasolini


Doverosamente isolato dal "circo" mediatico della sesta edizione del Festival del Cinema di Roma, l’omaggio a Pier Paolo Pasolini.
In una dimensione contemplativa, buia, di uno dei garage dell’imponente struttura ideata da Renzo Piano, si sviluppa la suggestiva istallazione creata dalle menti di due premi Oscar del cinema nostrano: Dante Ferretti e Francesca Loschiavo.
L’allestimento ripercorre l’universo espressivo, il pensiero e l’esistenza dell’intellettuale friulano, troppo presto scomparso all’alba di trentasei anni fa, barbaramente ucciso all’idroscalo di Ostia, dove dovrebbe sorgere un museo in sua memoria. Il visitatore, all’ingresso della mostra, vive un’esperienza surreale, trasportato da un intreccio di voci che si propagano nello spazio attraverso un altalenante gioco di riverberi sonori. Riconoscibili, escono ritmicamente allo scoperto le note di Modugno, tratte dal film "Che cosa sono le nuvole" e spezzoni di racconti: Petrolio, L’Empirismo eretico, Ragazzi di vita.
Nella stessa modalità appaiono, in un gioco di proiezioni, le fisionomie di Ninetto Davoli e Franco Citti corifei delle rappresentazioni drammaturgiche del grande intellettuale. Parallelamente riflessi e interrelazioni reciproche condensano alcuni temi cari al poeta e cineasta, quali la critica alla modernità, ossia alla sua lucida e spietata analisi dei processi di trasformazione che hanno investito l’Italia dagli anni Sessanta agli anni Settanta, l’universo figurativo con le sue matrici estetiche, i legami con il manierismo e la sua forma di contaminazione stilistica. È importante notare come a distanza di tempo nulla o quasi è cambiato e le parole di Pasolini rimangano sempre immortali come il suo ricordo che Eduardo De Filippo sintetizzò in queste parole: "Io so distinguere morti da morti e vivi da vivi. Pasolini era davvero un uomo adorabile e indifeso. Era una creatura che abbiamo perduto e che non incontreremo più come uomo. Come poeta, diventa ancora più alta la sua voce. Sono certo che pure gli oppositori di Pasolini, oggi, cominceranno a capire il suo messaggio. Quello che ci ha voluto dire ci sarà di molto aiuto".
Il nucleo dell’istallazione è una gigantesca macchina da scrivere che svetta nel mezzo della sala, dalla quale si ergono come "nuvole" fogli che esplicitano metaforicamente il lavoro del cineasta. In uno strano gioco di chiaroscuri, infine, si rimane profondamente colpiti dalla presenza minacciosa della copia della sfortunata Alfa Romeo GTV 2000 di colore argento metallizzato con quell’insolita targa piena di sei e di nove. È una vettura potente, il modello di punta della produzione Alfa Romeo dell’epoca, lucente come una pistola che, presumibilmente, gli darà il colpo di grazia quel dannato 2 novembre del 1975.

Stefano Paoletti

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Festival del Cinema di Roma


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